Viaggio all’interno del “bunkerino” di Falcone e Borsellino insieme a Giovanni Paparcuri

Non chiamatelo “Museo Falcone e Borsellino”. Giovanni Paparcuri è da subito categorico durante la visita della redazione de “Il Tarlo” presso gli uffici dei due giudici uccisi da Cosa nostra all’interno del Palazzo di Giustizia di Palermo.

Gaetano e Gianluca Perlongo con Giovanni Paparcuri

Un luogo – il bunkerino – dove il tempo sembra essersi fermato all’inizio degli anni 90: ci sono gli appunti del maxiprocesso alla mafia, le borse e gli oggetti cari ai due giudici palermitani; ad animare quelle stanze è l’impegno Giovanni Paparcuri che un debito col destino ce l’ha dal 29 luglio 1983 quando in via Pipitone Federico una Fiat 126 carica di tritolo uccise il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della scorta meno che lui, un’esperienza che Paparcuri non riuscirà mai a dimenticare tant’è che per anni – come lui stesso ha ammesso – ha provato vergogna dinanzi ai parenti delle vittime di quella strage, vergogna per il solo fatto di esser sopravvissuto.

Il rapporto con Giovanni Falcone e Paolo borsellino inizia nel 1985 quando i giudici chiedono a Paparcuri (che si intendeva di informatica) di collaborare alla digitalizzazione dei documenti del maxiprocesso, un lavoro intenso che proietta l’ex uomo della scorta di Chinnici ad instaurare un rapporto profondo con Falcone e Borsellino all’interno del piccolo bunker posto nel piano frammezzo del Tribunale di Palermo.

Giovanni ci dice che la storia dell’antimafia ha inizio nelle tre stanze che compongono – insieme ad un camerino stretto e lungo – il bunkerino, ambienti che fino al 2009 erano “stanze qualsiasi” nel mezzo della memoria perduta del Tribunale ed a cui l’impegno di Paparcuri ha dato nuova vita, Giovanni ha salvato è riportato alla luce – con estrema perizia e dedizione – scrivanie, sedie, documenti ed oggetti d’ufficio appartenuti a Falcone e Borsellino.

La prima stanza del fortino è quella un tempo adibita a sala informatica, il luogo dove Paparcuri ha passato più tempo, impegnato – quasi senza rendersene conto – a consegnare alla memoria gli atti del più grande processo dello stato nei confronti di Cosa nostra, gli occhi di Giovanni si fanno via via più lucidi quando racconta le storie di vita che lo legano ai due martiri della legalità siciliana, legge un biglietto scritto dalla moglie di Falcone, il magistrato Francesca Morvillo, parole d’amore di una donna verso il proprio uomo, scritte in un momento di rara spensieratezza e ritrovate – quasi per caso – nel mezzo di un libro che campeggia oggi sulla scrivania di Falcone nella stanza accanto.

Entrare negli uffici dei giudici dona una scarica di adrenalina, si avverte appieno il peso contenuto in quei muri con le finestre che danno sul corridoio dell’androne interno del Palazzo di Giustizia e da cui non si vede che una folta schiera di finestre che, un po’ come tutto in quei luoghi, racconta una storia: “Quando avvenivano degli arresti per mafia, Falcone e Borsellino vedevano i legali degli uomini d’onore scalpitare dietro quelle finestre nell’attesa di incontrare i loro assistiti, così – dopo averli fatti decantare per bene – disponevano la nomina di un difensore d’ufficio per gli imputati costringendo illustri avvocati palermitani a tornare a casa con un nulla di fatto!”.

Paparcuri ci regala un’istantanea molto umana e semplice dei due giudici siciliani, così sembra quasi di vederlo Paolo Borsellino intrufolarsi di nascosto nell’ufficio di Falcone per nascondere le papere della sua collezione lasciando un biglietto con scritto: “Se le papere vive vuoi rivedere cinquemila lire mi devi dare”, elementi di una quotidianità che compongono un mosaico denso di dolcezza, piacevolmente vivo, che riesce nell’azione magica di farci scordare l’importanza storica del luogo dove ci troviamo lasciando così spazio all’incanto.

“Papa” – questo il soprannome con cui i giudici si rivolgevano a Giovanni Paparcuri – vive ancora dentro quegli uffici e lo fa insieme alla gente che vuol scoprire la storia della Sicilia e dell’Italia, i suoi occhi scintillano del fuoco del ricordo quando ci racconta l’ultimo aneddoto legato a Falcone: “Un giorno il giudice Falcone mi chiama dicendomi: «Papa, abbiamo vinto!».

Dunque penso:  «Ma vinto cosa? Non abbiamo giocato nessuna schedina…» Falcone si riferiva alle condanne del maxi processo – “Al maxiprocesso! Abbiamo vinto, ci sono stante tantissime condanne”. Sorrideva, Giovanni Falcone, nei ricordi di Paparcuri non riusciva a smettere di sorridere, quasi per un attimo ci è parso di sentirle quelle risate diffondersi intorno a noi, ma è tardi, di colpo ci accorgiamo che è già tempo di andare, Paparcuri si accerta con cura che ogni cosa sia al suo posto, spegne le luci dal quadro principale e chiude la porta del bunkerino lasciandoci la consapevolezza che in quelle 3 stanze con ripostiglio accessorio del Palazzo di Giustizia di Palermo scorra ancora, copiosa, la vita.

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